Algeri,
1 febbraio 1952 ore 12,54
E’
il record ancora imbattuto
“Raid
Algeri – Città del Capo - Algeri” con una Campagnola
Alla
fine del 1951, quattro persone attraversano l’Africa, per tutta la sua
lunghezza, da Algeri a Città del Capo, a bordo di una Campagnola, la nuova 4x4
FIAT da poco presentata alla Fiera Internazionale di Bari nel mese di settembre.
Lo
scopo è preparare il percorso di ritorno nel tentativo di battere il record
precedente: 13 giorni 15 ore e 45
minuti.
Non
potendo intervistare direttamente i
protagonisti ne parliamo con Maria Piera RACCA, figlia di Domenico e Socio
Onorario del nostro Sodalizio.
“Signora
Racca,
Lei
era molto piccola quando suo padre è partito per il Raid Algeri – Città del
Capo e ritorno.
Le
è rimasto qualche ricordo?
....della
partenza
Certamente
i ricordi di quando ero così piccola, all'epoca avevo cinque anni, sono rimasti
riassunti solo in poche situazioni che mi colpirono particolarmente.
In
quegli anni le comunicazioni non erano certo facili né veloci sia per i mezzi
allora a disposizione sia per la caratteristica dei luoghi. Ricordo che venivano
a casa colleghi di papà e incaricati dell'ufficio Stampa Fiat a portare
notizie, lettere e giornali di varie nazionalità che parlavano dell'impresa.
C'era
sempre un gran movimento di parenti e amici che venivano a casa per avere
notizie e per testimoniare la loro partecipazione.
....del
ritorno
Del
ritorno ricordo il viaggio in treno da Torino, con mamma e madrina, per andare
ad accogliere la "Campagnola" e il suo equipaggio che sbarcavano nel
porto di Marsiglia
a missione compiuta.
Suo
padre Le avrà sicuramente parlato di quella impresa. Può
raccontarci qualcosa?
Papà
era molto legato a quell'impresa anche perché fu una grossa sfida, tenuto anche
conto del periodo in cui fu realizzata. E poi nutriva una grande passione per
l'automobile, per i viaggi.
Ormai
si sono lasciati inghiottire dall’Africa. Quella vera, non quella romanzata.
Viaggiano
di giorno; quando scende la notte si fermano in qualche villaggio. Ripartono
sempre il mattino presto, di solito verso le 4,30, perché “...sulla
sabbia indurita dall’umidità della notte si viaggia meglio e si riduce
l’affaticamento della vettura”.
Si fermano nelle località previste ad organizzare i rifornimenti per il ritorno. Le piste sono tutt’altro che agevoli e piene di buche. Difficoltà ed imprevisti si alternano puntuali. “...Improvvisamente ci troviamo il cammino sbarrato da un notevole avvallamento, Butti sterza violentemente senza poter ridurre la velocità in tempo e così il rimorchio si ribalta facendo tutto il giro e fermandosi nuovamente sulle ruote. Le valige si sono in parte rotte in parte ammaccate, si è rotto il gancio di traino ed i parafanghi strisciano sulle ruote: in mezz’ora riesco a mettere tutto a posto e riprendiamo il cammino”.
La
sabbia s’infila ovunque mettendo a rischio tutti gli organi della vettura e
costringendo RACCA alle riparazioni
oltre ai continui e regolari controlli. Approfitta delle soste per pulire gli
snodi dello sterzo, ingrassa giunti e crocere, sostituisce l’olio al motore
“...così come ho stabilito di fare
ogni 1.000 / 1.100 Km a motore caldo”..., perché solo la vettura
efficiente permetterà la riuscita dell’impresa. Un grosso problema si
verifica nelle zone tropicali, dove le inondazioni che hanno trasformato le
piste in fangaie per migliaia di Km nella zona di FORT LAMY (ora N’DJAMENA), costringono
ad una deviazione attraverso il CAMERUN rispetto al percorso programmato.
BUTTI
e RACCA, con la seconda Campagnola targata TO 127012, lasciano Città del Capo
alla volta di Algeri. Volutamente non hanno informato Torino della partenza.
Preferiscono far dare la comunicazione quando saranno ad 1/3 del percorso. Dopo
40 Km la pioggia cessa, primo rifornimento a 550 Km e cambio di conduttore.
Raggiungono Joannesburgh alle 23,15, dopo avere percorso 1.474 Km. Presso un
distributore cambiano l’olio al motore. La macchina funziona bene. Il percorso
è per buona parte asfaltato, hanno tenuto una media più alta del previsto,
96,60 Km/h anziché 90. Sono entusiasti, si sentono in buona forma fisica e
proseguono. Si alternano alla guida, le ore di sonno sono ridotte al minimo
indispensabile.
Martedì
22 gennaio 1952 alle 7 raggiungono
il posto di confine fra Sudafrica e Rhodesia Sud. Superano velocemente la dogana
grazie ai moduli necessari compilati in precedenza ma, poco dopo, si presenta il
primo problema: il motore comincia a “tossire” e continua a peggiorare.
RACCA controlla le candele e tutto
il possibile ma il motore non vuole saperne. “Non
resta che sospettare del carburante”. BUTTI versa da una tanica di scorta
un po’ di benzina nel carburatore ed il motore riprende a funzionare
regolarmente. E’ proprio il carburante. Bisogna vuotare il serbatoio appena
riempito con 150 litri di benzina e tornare alla dogana a chiedere i buoni per
acquistare il nuovo carburante. Due ore perse.
“A
Mocambo, ingresso del Congo Belga,troviamo ad attenderci il signor Pisanti con
un’altra persona della FIAT locale: sono le uniche due persone informate, da
noi, del nostro arrivo!”.
Proseguono
fino ad Elisabethville (ora Lubumbashi). La macchina viene portata presso
l’officina FIAT per la riparazione della gomma forata e l’ordinaria
manutenzione, cambio olio ed ingrassaggio, mentre loro si concedono un po’ di
riposo ed un pasto leggero. Lasciano l’incarico di spedire un cablogramma alla
FIAT di Torino così redatto “...transitati
Elisabethville con 40 ore di anticipo sul ruolino di marcia...”
Giovedì
24 gennaio 1952, alle 17, raggiungono la base di
Kabinda (5.263 Km. percorsi) Breve
sosta e di nuovo in viaggio, ancora di notte. Inizia la zona dei fiumi. In
totale saranno sedici le traversate con i traghetti da Elisabethville.
Venerdì
25 gennaio 1952. Base di
Stanleyville (ora Kisangani) (6.933 Km.
percorsi) arrivano alle ore 19. Ancora manutenzione in officina. Non c’è
possibilità di traghettare fino alle 6: i due piloti sono obbligati a riposare
qualche ora mentre altri pensano alla vettura.
Sabato
26 gennaio 1952.
Arrivano a Bangassu alle 22 (7.683 Km.
percorsi). Superata la dogana con il Congo entrano nell’Africa Equatoriale
Francese (AEF) ora Repubblica Centraficana. Sono 1.350 Km infernali. Piste con
profonde buche, temperatura fino a 55 gradi e difficoltà a reperire l’acqua.
Domenica
27 gennaio 1952 ore 23, Fort Lamy
(ora N’Djamena) (9.033 Km. percorsi).
Hanno viaggiato per 162 ore alla media di oltre 55 Km/h
Lunedì
28 gennaio 1952, partono alle 4 del
mattino, dopo tre ore di riposo, arrivano a Kano alle 19
(10.278 Km. percorsi). Non essendoci dogana e non potendo fare apporre i
timbri sul carnet della vettura a riprova del passaggio, diciotto persone
sottoscrivono una dichiarazione: molti italiani ed alcune autorità locali.
Partiti ancora di notte, dopo 50 Km di asfalto entrano sulla pista. E’ molto
polverosa, c’è poca visibilità e rimangono immersi nel polverone fino a
quando non sorpassano l’autocarro che li precede, dopo 45 Km.
Martedì
29 gennaio 1952. Superano Zinder in
Nigeria, e proseguono nella zona del pre deserto in direzione di Agades. Tutta
sabbia, pista quasi invisibile. Arrivano ad un posto di tappa dove è in sosta
l’autobus della SATT. E’ ancora notte. “Svegliamo
l’autista dell’autobus che ci da notizie poco rasserenanti: dice che c’è
un po’ di vento che limita la visibilità in distanza e se l’intensità
dovesse aumentare potrebbe cancellare le tracce lasciate dall’autobus,
aumentando quindi le difficoltà, soprattutto se si viaggia di notte, un po’
meno se si passa di giorno”. Loro proseguono subito ed alle 13 arrivano ad
Agades in pieno deserto (11.020. Km
percorsi). Racca si occupa della solita manutenzione della macchina. “Si
fa tardi e, dopo le 17, quando diventa buio e non è più permesso partire perché
il codice Sahariano vieta di viaggiare di notte”. Dovrebbero dichiarare la
partenza per rendere operativa l’assicurazione obbligatoria di depannaggio
stipulata con la SATT, ma li bloccherebbero per via del divieto, e perderebbero
le 12 ore di viaggio della notte. Decidono di partire ugualmente, di nascosto,
senza avvisare e rischiando di non ricevere aiuti, nel caso si perdano, perché
nessuno sa che sono partiti. Un grosso rischio. Non riescono a rifornirsi di
acqua, partono con solo due litri. L’aria è caldissima ma dopo un’ora di
viaggio è buio e scende la temperatura. Passano vicino al relitto
dell’autocarro belga già visto all’andata. Vedono delle luci in lontananza.
Non dovrebbero esserci automezzi sulla pista di notte. Pensano che qualcuno si
sia perso e lo raggiungono. E’ un veicolo in panne, gli occupanti dicono di
avere già avvisato, di aspettare da due giorni i soccorsi e di avere scarsi
viveri ed acqua, ormai. Lasciano loro arance,
limoni, sigarette e metà della loro acqua e ripartono. Il percorso è sempre più
difficoltoso sulla sabbia. Il vento solleva molta polvere e la pista si vede
sempre meno alla luce dei fari e le buche sono in agguato. La macchina si
insabbia una sola volta ma riescono a liberarla con il blocco e la trazione
anteriore. Sono costretti a rimanere svegli tutti e due, per i disagi, ma
sopratutto per essere in due a seguire la rotta. La temperatura è attorno ai 5
gradi. “Se non ci fosse il vento il
clima umido formerebbe una crosta sulla sabbia -
come successe nel viaggio di andata – e
ciò renderebbe più scorrevole il passaggio”. Continuano ad avanzare ma
vengono assaliti dal dubbio di avere sbagliato rotta. Sanno di avere percorso
490 Km da Agades, di dover arrivare all’oasi di In Guezzam ma ancora nulla. Si
fa strada la possibilità di essere passati a poche centinaia di metri
dall’oasi e di non averla vista a causa del buio peggiorato dalla polvere.
Torna loro in mente che non hanno comunicato la partenza: se si perdono nessuno
li cercherà, sarebbe morte certa. “Mentre
facciamo queste riflessioni e suono la sirena ecco che vediamo spuntare in
lontananza, una luce: ci sentiamo risollevare lo spirito e sui nostri volti
compare di nuovo il sorriso! Ci dirigiamo verso la luce e ci troviamo proprio ad
In Guezzam: abbiamo vinto il deserto di notte!”.
Sono
da poco passate le 23 del 29 gennaio 1952 (11.510
Km. percorsi). Sono tutti meravigliati nel vederli: non li aspettavano e la
loro presenza li, non preannunciata, è un’infrazione.
Mercoledì
30 gennaio 1952 Il
comandante dell’oasi li trattiene per poche ore poi, sportivamente, li lascia
ripartire un’ora prima dell’alba. Di giorno e senza il vento che solleva la
polvere, nonostante la sabbia finissima che rallenta l’andatura, arrivano a
Tamanrasset verso le 14 senza troppe difficoltà
(11.960 Km. percorsi). Ancora una dogana, ancora un altro pieno di benzina.
La parte peggiore del deserto dovrebbe essere alle spalle, mancano “solo”
poco più di 2000 Km: il morale è alto. Alle 16,30 ripartono e verso le
23, dopo 420 Km. raggiungono Arak (12.380
Km. percorsi). Superato il villaggio devono attraversare un canale
solitamente in secca o con poca acqua. Quando si trovano a metà la macchina
comincia ad affondare,...“l’acqua è
assai alta e la sabbia si trasforma in sabbie mobili e ci troviamo
impantanati”. Non possono sapere che sul deserto è in corso un uragano e
la pioggia, lontana, alimenta velocemente il canale. Il paese è vicino. Racca
si avvia per andare a chiedere un aiuto ma è mezza notte passata, ottiene solo
un rifiuto.
Giovedì
31 gennaio 1952. Si tolgono dai guai
da soli: mettono sotto le ruote le tavole delle cassette dei ricambi, i cuscini,
il materasso della brandina, vari indumenti e
riescono a ripartire abbandonando, però, tutte quelle cose.
Sono bagnati, infreddoliti ed hanno pochi indumenti per cambiarsi. Possono
scaldarsi solo con il calore emanato dal tunnel del cambio perché la vettura
non è provvista di impianto di riscaldamento. Tuoni e lampi si avvicinano,
aumentano di intensità ed il vento soffia sempre più forte, ...”è
un secondo tornado che si affaccia all’orizzonte!”. Non avevo mai visto in
vita mia qualcosa di simile: lampi accecanti dopo i quali non si riusciva più a
scorgere la strada nonostante i quattro fari accesi, vento forte che spostava la
vettura e pioggia di una violenza mai vista prima”.Sono ormai sulla pista
che sale verso il massiccio dell’Ahaggar fino a 2.000 metri di altezza. Grossi
massi sono rotolati sulla pista: li devono spostare a braccia e con l’uso di
leve. S’impantanano ancora una volta ma riescono a liberarsi sollevando la
vettura e mettendo pietre sotto le ruote. Poco dopo trovano la strada sbarrata
da un torrente formatosi con la pioggia. Esplorano a piedi cercando una via
alternativa ma non la trovano. Tentano il guado con la macchina. A trenta metri
dall’altra sponda la vettura sprofonda come fosse di nuovo sulle sabbie
mobili: l’acqua sommerge lo spinterogeno e si ferma il motore. BUTTI ricorda
di avere visto poco prima alcune capanne. Va a cercare aiuto. E’ un posto di
tappa per le carovane di cammelli ma sfortunatamente quella sera c’è solo un
uomo. E’ disponibile. Tornano al guado. L’unica soluzione è costruire, con
i blocchi di pietra trasportati dalla corrente, due massicciate per farci
passare sopra la Campagnola. Bisognerà anche sollevare la vettura. ...“Incominciamo
a lavorare, BUTTI è sempre più disperato e teme di non riuscire a battere il
record, inoltre, accusa un forte dolore al cuore”. A questo punto conviene
che uno dei due si riposi e non può che essere BUTTI. RACCA aggiunge ai suoi
problemi la preoccupazione per la salute del suo compagno. Il lavoro è lungo,
lavorano con l’acqua alla cintola, ma l’uomo che li aiuta è robusto, sposta
i massi e costruisce le massicciate quasi da solo mentre RACCA riesce a
sollevare la vettura, un po’ per
parte, con il martinetto, e mette altre pietre sotto le ruote. Adesso la
macchina è fuori dall’acqua. Può tentare di ripartire ma i fari accesi, per
ore a motore spento, hanno scaricato la batteria che non ha più la forza di far
girare il motore. Cosa deve ancora capitare?. Non si perde d’animo: “penso
di asciugare tutto l’apparato per l’accensione lavando prima tutto con la
benzina e questa volta ho fortuna: con la manovella riesco ad avviare il
motore”. L’uomo che li aiuta continua nell’opera di costruzione, ha
quasi finito, ma l’acqua sempre più impetuosa, comincia a demolire il lavoro
fatto: RACCA se ne accorge, salta al volante e, di brutto, riesce a portare la
Campagnola sul terreno asciutto. ”Tutto
questo”rumore sveglia bruscamente BUTTI e ci ritroviamo abbracciati, con le
lacrime agli occhi: anche questa volta abbiamo vinto!”.
Si,
Domenico RACCA condivide volentieri anche questa vittoria sulla natura avversa,
nonostante la mancata partecipazione forzata di BUTTI. Insieme sono partiti, e
arriveranno insieme, condividendo la gloria o la sconfitta, così come avevano
stabilito alla partenza. Ricaricata la macchina, pagato l’uomo di colore che
li ha aiutati, aggiungendo alcuni regali per la sua disponibilità, finalmente
ripartono. Per tutti questi contrattempi hanno perso altre nove ore. Alle 12 del
31 gennaio arrivano ad In Salah (12.770
Km. percorsi). Qui li informano che fino a Fort Miribel (Hassi Chebaba) è
tutto allagato. Ancora notizie negative. Il comandante dell’oasi fornisce loro
una carta topografica dove segna i punti di passaggio più alti per evitare di
impantanarsi nuovamente. Questa volta va bene: arrivano a Fort Mirabel e lo
superano senza troppe difficoltà. Dopo 50 Km. incontrano il furgone
dell’assistenza trattori FIAT di Algeri (la CAMAN):...”sapendoci
in ritardo ci sono venuti incontro”. Da li in poi non ci sono più
difficoltà. Riforniti di acqua e frutta ripartono immediatamente. Il morale è
alto e la velocità aumenta. Alle 19, è notte fonda, arrivano all’oasi di El
Golea (13.195 Km. percorsi).
Invitati a cena, dal comandante dell’oasi, che avevano conosciuto nel viaggio
di andata, vengono festeggiati ed il comandante stesso consegna a BUTTI la Croce
del Genio Sahariano. Nel frattempo la macchina viene rifornita e, appena pronta,
sono di nuovo in viaggio.
Venerdì
1 febbraio 1952. Sempre
sulla pista di sabbia, arrivano alle 7 a Laghouat (13.770
Km. percorsi). La giornata è brutta e piovosa. Sono a 450 Km. da Algeri, il
furgone non riesce a tenere la loro velocità ed è rimasto indietro. Trovano
Aldo PENNELLI, l’operatore della INCOM, che va loro incontro: filmerà
l’ultimo tratto e l’arrivo. Li informa che sul Piccolo Atlante, prima di
Algeri, è caduta abbondate neve ma, i trattori Fiat della CAMAN, hanno pulito
tutta la strada. Ad Algeri le autorità i giornalisti ed il Cronometrista
dell’Automobile Club di Francia li attendono con una grande folla.
“troviamo
nebbia per circa 50 Km. e finalmente arriviamo alla colonna VOIROL, luogo della
nostra partenza e d’arrivo dei record precedenti: sono le ore 12
54’ 45” del 1 febbraio 1952. Abbiamo compiuto l’intero percorso in 268
ore 54 minuti primi e 45 secondi pari a 11
giorni 4 ore 54’ 45”...
E’ RECORD! Due giorni, 10 ore
51’ in meno di quello precedente.
Da
Città del Capo hanno percorso in totale 14.193
Km rilevati dalle mappe allora esistenti. Il contachilometri della
Campagnola segna 15.256 Km. Da li in
poi saranno solo “chilometri” di festeggiamenti.
Termino
con parole di Giorgio ROSATO, Direttore di AUTORUOTE 4X4, scritte nel suo
editoriale del n. 125 di gennaio-febbraio 2006:
“Ancora
oggi questo primato rimane imbattuto. C’è qualcuno pronto a raccogliere la
sfida?”